Honda Customs 2026: dalla Mugen alla moto come base di partenza
La CB750 Hornet “Mugen”, realizzata dal concessionario portoghese Mototrofa, ha vinto Honda Customs 2026. Ma dietro il risultato del contest c’è qualcosa di forse più interessante della classifica: la moto intesa non soltanto come prodotto finito, ma anche come base sulla quale costruire una propria interpretazione.
L’edizione 2026 ha messo di fronte CB750 Hornet e XL750 Transalp, due modelli molto diversi ma accomunati dal bicilindrico parallelo di 755 cc. La “Battle of the Twins” ha diviso dieci realizzazioni tra On Road e Off Road, lasciando a concessionari e preparatori il compito di portare le due Honda in direzioni anche molto lontane da quelle di partenza.
Il risultato ha raccolto 42.119 voti provenienti da 102 Paesi, il 39% in più rispetto all’edizione precedente.
Mugen e Saharja, due identità partendo dalla serie
Mugen ha ottenuto 10.092 voti, quasi un quarto del totale, trasformando la Hornet in una streetfighter dall’impostazione decisamente più aggressiva. Verde scuro, dettagli dorati e in fibra di carbonio e numerosi componenti realizzati ad hoc ne cambiano profondamente la presenza senza nascondere la base di partenza.
Mototrofa non è nuova al contest: il concessionario portoghese aveva già vinto nel 2021 con Fenix, realizzata sulla CB650R.
Sul fronte Off Road ha prevalso invece l’italiana Saharja di DRS Custom, una XL750 Transalp reinterpretata guardando apertamente all’immaginario Dakar. Torre di navigazione con road book digitale, serbatoi supplementari, protezioni, pneumatici tassellati e scarico alto ne spostano decisamente carattere e immagine verso il mondo rally-raid.

Due trasformazioni molto differenti che mostrano quanto possa cambiare la personalità percepita di una moto quando una base industriale viene lasciata nelle mani di chi vuole reinterpretarla.
Ed è probabilmente questo l’aspetto più interessante del contest.
Non soltanto special estreme
Honda Customs non nasce nel 2026. Negli anni il concorso ha utilizzato come base CB1000R, CB650R, Rebel 500, Dax e Monkey, CL250 e CL500 e, nel 2025, GB350S.
Proprio quest’ultima aiuta a leggere il fenomeno da una prospettiva diversa.
La GB350S è una moto volutamente semplice secondo i parametri attuali: monocilindrica raffreddata ad aria, ciclistica tradizionale e linee essenziali che non sembrano voler definire ogni dettaglio della sua identità.
Honda stessa ne ha sottolineato fin dalla presentazione la libertà di personalizzazione e nel 2025 undici preparatori europei hanno mostrato quanto una base relativamente essenziale possa essere portata in direzioni molto differenti.
Non è un caso isolato all’interno della gamma. La CL500 nasce intorno al concetto “Esprimi te stesso”, mentre la Rebel segue da tempo una filosofia nella quale la personalizzazione costituisce una componente naturale del prodotto.
Moto diverse, accomunate però da un elemento: lasciano al proprietario uno spazio nel quale intervenire.
Quando il prodotto lascia spazio al proprietario
Negli ultimi anni la moto si è evoluta rapidamente. Elettronica, piattaforme inerziali, riding mode, display integrati e design sempre più complessi hanno reso molti modelli estremamente sofisticati e, contemporaneamente, molto definiti già nel momento in cui escono dalla fabbrica.
È un progresso evidente, soprattutto in termini di prestazioni, sicurezza e capacità di adattamento.
Parallelamente sembra però rimanere spazio per una proposta differente: moto nelle quali una certa semplicità tecnica o stilistica non rappresenta necessariamente una rinuncia, ma può diventare parte dell’esperienza.
E non significa necessariamente costruire una special.
Personalizzare può voler dire cambiare una sella, montare un piccolo cupolino, scegliere borse differenti, intervenire sullo scarico o modificare progressivamente alcuni dettagli. Piccole trasformazioni attraverso le quali la moto diventa più riconoscibile e soprattutto più propria.
Un prodotto molto caratterizzato lascia inevitabilmente meno spazio alla reinterpretazione. Una moto progettata con un’identità più aperta può invece essere completata, almeno in parte, anche da chi la acquista.
Non basta naturalmente un contest per parlare di una tendenza generale del mercato. Ma il ritorno di modelli relativamente semplici e l’attenzione dei costruttori verso accessori e possibilità di personalizzazione rappresentano un segnale interessante da osservare.
Dal concessionario alla community
Honda Customs aggiunge anche un altro elemento.
Molte delle realizzazioni arrivano dalla rete dei concessionari Honda. Mototrofa, vincitrice nel 2026, ne è un esempio.
Il concessionario smette così, almeno in questo contesto, di essere soltanto il luogo nel quale il prodotto viene esposto e venduto e diventa anche uno spazio nel quale il marchio può essere interpretato.
È un aspetto interessante in un momento nel quale il rapporto tra cliente, rete commerciale e costruttore tende spesso a essere sempre più standardizzato. La personalizzazione può muoversi nella direzione opposta, riportando una componente creativa e relazionale intorno a un prodotto industriale.
Una moto non necessariamente già finita
Mugen è una realizzazione estrema e difficilmente un proprietario di Hornet trasformerà la propria moto nello stesso modo. Lo stesso vale per Saharja e per molte delle special delle precedenti edizioni.
Ma forse non è questo il punto.
Questi progetti mostrano quanto spazio possa ancora esistere tra la moto progettata dalla Casa e quella immaginata dal proprietario.
Accanto a modelli sempre più sofisticati, completi e fortemente caratterizzati, moto come GB350S, CL500 o Rebel ricordano che può esistere anche un’altra strada: partire da un prodotto relativamente semplice e lasciare che una parte della sua identità venga costruita nel tempo.
Honda Customs porta questa idea all’estremo. Ma proprio osservando queste special torna interessante un concetto molto meno estremo: la moto non soltanto come prodotto da scegliere, ma anche come base da fare propria.
